The Bitterbynde Trilogy #3
La Signora di Erith


Introduzione al Capitolo 13: Il Matrimonio:

Della gente Faêran ci affascina la grandezza
Come stupiscono i nostri sensi con la loro scaltrezza
Stracci o bei vestiti? Comune paglia o fili d’oro di gran rarità?
Ah! Chi oramai conosce qual è la verità?

Raccontare ancora le storie sembrerebbe essere un modo
di preservarle per la posterità in primo luogo
Ancora i racconti cambiano mentre passano di città in città
E chi oramai conosce qual è la verità?

Archiviamo la storia nelle volte a cupola della mente
Per mantenerne il suono perpetuamente
Eppure quando la recuperiamo dalla memoria è diversa da com’era tempo fa
Chi oramai conosce qual è la verità?

Quando i falsi sogni della notte le nostre visioni da svegli annebbiano
E le memorie spezzate il passato avvolgono,
Che possibilità abbiamo di conoscere quello che accadde tempo fa?
Chi oramai conosce qual è la verità?

Erano quelli che furono screditati come “fantasiosi” che capirono veramente la realtà. Il resto della popolazione rimase tristemente illuso. Come poteva essere, che questa “distorsione fantasiosa” fosse rimasta nella mente di alcuni cittadini di Erith, mentre negli altri presero piede opinioni contrastanti? La risposta giace nel funzionamento della mente umana, e nell’influenza delle illusioni del reame perduto che così abilmente confondono i sensi delle creature mortali.

Lungo la storia, differenti versioni dello stesso evento evolvono comunemente. In alcuni casi il naturale effetto del tempo e delle memorie erranee sono accentuati dalle abili perplessità create dai Fearan.

Fu Rosamonde che Edward sposò infine, lei che lo aveva sempre amato. La figlia di Tanlain Conmore fu una damigella di gran beltà, di cui i modi erano strani, quieta e distante. La vita di Rosamonde fu inusuale e tinta di gramarye. Questa fu la ragione delle sue maniere distanti, senza dubbio spesso si soffermava sulle meraviglie dei giorni passati. Lei fu concepita nel regno perduto e si mescolò con gli esseri mortali, per questo la durata della sua vita fu stranamente lunga. Lei fu contenta del matrimonio, se non felice, questa gentile, graziosa regina.

Per capire il potere e la portata dell’arguzia Faêran, è necessario ricordare cosa accadde negli anni che seguirono la battaglia di Evernight:
Fino al ritorno a Caermelor, Angavar mise da parte il leone di D’Armancourt e dispiegò apertamente la sua aquila blasone, il sigillo della regalità Faêran. I corrieri informarono della verità tutti quelli che lo conoscevano nel regno. Re James chiese al gran re Faêran di governare al suo posto finchè Edward maturasse. Sorprendentemente, o forse prevedibilmente, questa verità non modificò le storie così come queste esistevano nella mente dei soldati e dei cittadini di Erith, che riconobbero la faccia del loro sovrano solo dalle crudeli immagini stampate sulle monete. Il re-imperatore fu ricordato come un sovrano senza pari né paragone, il più popolare governatore della storia. La gente l’avrebbe seguito in ogni sorta di pericolo. Essi trovarono difficile, anzi impossibile, accettare l’idea che l‘intero Impero fosse stato sotto l’illusione di un incantesimo per così tanti anni e che il monarca che amavano non fosse della loro razza. Volgarmente, la spiegazione ovvia era che il re-imperatore era stato ucciso nella battaglia di Darke e il suo alleato, il grande re Faêran era successivamente arrivato a sconfiggere chi tra i suoi nemici era rimasto vivo…

Ora da ogni paese, arrivarono, alla fine i Talith. I sopravvissuti di quella razza si riunirono alla Corte per incontrare Lady Ashalind la promessa sposa del re Faêran – la donna i cui capelli risplendevano della lucentezza della giunchiglia con cui erano intrecciati. Se i Talith si meravigliarono di fronte alla nuova arrivata in mezzo a loro, nella loro meraviglia essi misero da parte le loro domande. Potrebbe essere che la loro naturale curiosità fosse stata soffocata dal gramarye che aleggiava in pesanti veli per il Palazzo, vagando come incenso nei corridoi e nelle sale.

Di sicuro Angavar era in grado di gettare reti di illusione sull’intera popolazione di Erith. Egli aveva già usato incantesimi simili per far sì che il suo scambio con il re-imperatore non fosse notato. Quando strappò Ashalind – che era diventata “Ash” dopo la seconda volta che la memoria le fu cancellata la seconda volta – dalla scena del matrimonio, e ritornò insieme a lei a Faerie, egli lasciò un lascito di confusione a velare la mente della maggior parte della gente di Erith.

Del motivo per cui lui la rapì non c’è dubbio. Ed ecco come ebbe luogo:

Dopo che Ashalind ebbe attraversato il Portale per l’ultima volta, ci fu un breve periodo in cui sia lei che Angavar ritornarono in realtà a Erith simultaneamente, prima che lui fu portato, Dormiente, da Eagle’s Howe, a Faerie. Alcuni wights minori e creature selvatiche, come gli uccelli, spiarono Ashalind mentre usciva dal Portale e si avviava verso la costruzione che era il suo monumento. Molte di queste creature sgattaiolarono a Faerie quando la gente Faêran riportò Angavar nel suo regno. Quando si svegliò, uno degli informatori gli rivelò che la donna era ancora in vita. Perciò egli aprì immediatamente i Portali e la portò via da Edward proprio il giorno del loro matrimonio.

Angavar e Ashalind volarono a Faerie, dove lui le restituì la memoria e la ricongiunse alla sua famiglia e ai suoi amici.

evernight final chapter

Capitolo extra: Il Matrimonio

Un’aquila e un uccello marino bianco, legati assieme da una catena d’oro, volarono al di là del Lago Amarach, attraverso le nebbie che notte e giorno si aggrappano alla superficie di quell’acqua, avvolgendosi lentamente come una spirale in una danza da sogno. Un’isola scoscesa sorge al centro del lago – un’isola mai abitata dal genere umano – e fu qui che i due uccelli passarono attraverso un Portale che li condusse nel Regno Fatato.
Erano soli.
Poiché  non c’era nessun testimone, nulla si seppe del momento successivo a quello in cui arrivarono a Faerie, quando erano insieme da soli e Angavar spezzò l’incantesimo che avvolgeva se stesso e Ashalind, o di quando poi lui le restituì la memoria e si ritrovarono ancora per l’ultima volta, per non separarsi mai più. In ogni caso quell’intermezzo fu di loro proprietà soltanto, e nessuno avrebbe dovuto abusarne.
Ma qualche istante dopo – e potrebbero essere passati ore o giorni; è difficile dirlo dal momento che il tempo passa così capricciosamente a Faerie – accadde che il piumaggio che Ashalind indossava quando era in forma di uccello non tornò ad essere il vestito di seta diamanti e perle con cui si sarebbe dovuta sposare con Edward. Invece ora il suo costume ben si confaceva a quello di Angavar. Sfumature color chartreuse giocavano tra i tessuti degli indumenti degli amanti – la luce del sole-attraverso-il verde dei frassini e dei cipressi dorati – e le loro ampie e lunghe maniche erano risvoltate come le foglie del tarassaco.
Angavar sollevò la donna da terra e la fece girare attorno a lui, entrambi ridendo. Lei non lo aveva mai visto così felice; non aveva mai provato lei stessa una gioia così completa. Per il momento non poteva pensare ad altro. L’estasi di essere con il suo amato, salvi nel suo regno, era tutto ciò che le importava.
Angavar esultò, grintosamente. La felicità accresceva la sua straordinaria bellezza di un migliaio di volte. Ogni qualvolta lei posava i suoi occhi su di lui, lo stupore era più grande che mai. La donna ricordò la prima volta che lo fece: in quella breve occhiata, aveva pensato che descriverlo come “bello” sarebbe stato fargli un’ingiustizia. Sarebbe stato tanto inadeguato quanto attribuire l’aggettivo “carino” a un cielo nero ingioiellato di stelle, e quelle stelle che si riflettono come reti scintillanti in un mare invernale. Il suo viso era sottile e spigoloso, i lineamenti cesellati, di ossatura forte. Al di sotto delle dritte sopracciglia i suoi occhi scuri sembravano bruciare di un fuoco freddo, penetranti. La sua mandibola era forte e appena sbarbata, sebbene spennellata di un’ombra irregolare. Sembrava giovane, sebbene fosse anziano come la Primavera, e in tutto quell’attimo la donna aveva notato che era alto e largo di spalle, con il fisico muscoloso del guerriero. Non c’erano difetti. Esattamente il contrario.
“Vi mostrerò il mio regno, eudail,” le disse lui, “l’altezza e la profondità, la cosa migliore e la peggiore, la lenta e la rapida. Dovreste vedere le meraviglie che sono al di là della descrizione. Vi potrebbe fare piacere?”.
Con un impeto di eccitazione lei gli assicurò che certamente, l’avrebbe apprezzato. Infatti non si preoccupava di quello che sarebbe accaduto dopo, finché fossero rimasti assieme. Lui la prese per mano. Insieme si innalzarono più in alto della nuvola più alta, poi precipitarono a terra per posarsi in cima ad un vulcano attivo. Si tennero in equilibrio sul bordo bruciato del cratere, con gli indumenti che sbattevano pazzamente nella corrente d’aria calda. Molto più in basso ribolliva un vortice di magma e fumo, che emetteva gas e bruciava. Angavar alzò il braccio e fece come se stesse lanciando dei missili nella zuppa infuocata, dopodiché la montagna ruggì, esplodendo con una tale forza che il calderone collassò. Gli amanti illesi si tuffarono nella cavità che eruttava, gridando come bambini esuberanti, passando attraverso le correnti surriscaldate del sottosuolo come se non fossero più di freddi fiumi di denso sciroppo di lampone, tra pilastri di nuvole e giardini esotici di fiori vitrei.
Angavar portò Ashlind fino ai più oscuri abissi dell’oceano, dove mostri impossibili si illuminavano con filari di luci elettriche, come bizzarre navi da crociera sottomarine che viaggiavano nelle tenebre. Gli amanti emersero dall’oceano, senza nemmeno una goccia d’acqua addosso. Si ridussero alla grandezza di una formica e entrarono fin dentro al cuore di un fiore, camminando tra gli stami e i pistilli, come attraverso un boschetto stravagante. Danzarono per un istante  tra le mura precise del labirinto esagonale di un fiocco di neve, minuscoli come molecole, prima di tornare alla grandezza naturale.
Quando i loro piedi baciarono il terreno in una valle soleggiata, Ashalind, esilarata dal puro abbandono al piacere e al potere, pianse, “Ora mostrami la cosa più lenta e quella più rapida!” Angavar sorrise. Aprì la mano, e una farfalla verde era posata sul suo palmo, con le ali come due triangoli tagliati da uno smeraldo. “Ha rubato il colore dei tuoi occhi”, mormorò il re Faêran. L’insetto prese il volo, ma con una squisita lentezza – o almeno così sembrò ad Ashalind. Si poteva distinguere chiaramente ogni dettaglio dei suoi movimenti. Le sue ali ruotavano con la grazia di una ballerina, piuttosto che con i rapidi volteggi che solitamente si associano alle farfalle, sfiorandosi posteriormente al culmine dell’oscillazione ma senza mai incontrarsi nel colpo verso il basso. La farfalla volò via ipnoticamente nella luce rosata di Faerie. Quando Angavar dischiuse le dita una seconda volta, un’ape pelosa volò via dalla sua stretta, lentamente come la creatura precedente, misurando talmente ogni battito delle sue ali da poter essere facilmente contemplato. Quando l’ape uscì dalla loro vista, Angavar diede a Ashalind un arco lungo, che lei riconobbe essere l’arco che lui impugnava la prima volta che lo incontrò nelle vesti di Thorn, nel deserto, o una sua copia esatta.
“Non posso utilizzare quest’arma pericolosa”, mormorò lei, prestando attenzione con difficoltà alle sue stesse parole, poiché lui era dietro alle sue spalle e la circondava con le braccia, guidando le sue mani sulla corda e sull’impugnatura. Il contatto fra loro fu intenso. Lei poteva sentire la sua calda vitalità lungo tutto il suo corpo, e quasi l’arco le cadde dalle dita deboli.
“Prova”. E incoccò una freccia.
La donna tirò indietro la corda facilmente, mandando la freccia in alto e lontano tracciando un arco trascendente, ma la cui traiettoria era voluta; invece di sfrecciare in una forma indistinta, sembrava volare senza fretta lungo la sua traiettoria. Ashalind rise all’assurdità di tutto ciò.
Un momento dopo le sue mani erano vuote, e lei era abbracciata al suo amato sul fianco di una collina. Lui sollevò la testa e parlò al cielo, e tutto intorno il paesaggio stesso mutò in modi sorprendenti a un’incredibile velocità. Il sole cominciò a lampeggiare ripetutamente attraverso il cielo, accelerando fino a che alla fine svanì. Illuminate dal risultante crepuscolo le colline si scolorirono, diminuendo in altezza fino a che scomparirono. I fiumi scavarono rapidamente profonde gole. Le montagne si alzarono e spinsero le loro teste verso il cielo. Le bocche frastagliate del terremoto si spezzarono e si chiusero nel terreno, e un ghiacciaio corse giù per la valle. Le foreste si sparsero in grandi onde, ribollirono come oceani di fogliame in tempesta, quindi sembrarono inaridire come pozzanghere in un pomeriggio estivo.
“Ora ho visto tutto”, disse Ashalind con aria soddisfatta. Si protese nell’eccitante abbraccio del suo amato, percependo il cuore di lui battere così forte da fondersi con il suo.
“Al contrario, questo è solo l’inizio”, disse lui. Ciocche dei suoi capelli sul viso e sulle braccia della donna, soffici come il tocco di un’ala.
“Ma cosa mi dici di tutti gli altri?”, disse Ashalind, alzando il viso verso lui, ma solo per un istante, sia mai che guardandolo troppo a lungo la facesse svenire, o morire, o legare a lui in un abbraccio feroce e non la lasciasse più andare. “La tua gente non sarà spaventata da ciò che stà accadendo?”.
“E’ accaduto solo per noi. Questo è Faerie”, le sussurrò Angavar in un orecchio, “e tutto è tornato al suo posto entro un arco di tempo così breve che per gli altri sarà stato come il passaggio di un pensiero.” Non appena finì di parlare, la contorsione del paesaggio rallentò, e tutto tornò al suo stato normale, se lo spettacolare panorama di evocative stranezze e splendori può essere considerato normale. “Ora”, disse lui, “è tempo di prepararsi per un matrimonio, e per la baldoria che seguirà.”
“Un matrimonio!” ripeté dolcemente Ashalind, con il cuore troppo pieno per dire di più. Ora aggiunse, “Quanto tempo servirà per le preparazioni?”
“Troppo.”
“Capisco,” disse Ashalind con rassegnazione. “La natura della gente Faêran li porta a sfoggiare grandezze più di un’industria. Molto probabilmente non sono soliti darsi da fare con i preliminari per un matrimonio.”
“Tuttavia si staranno sforzando particolarmente per noi. Infatti, i banchetti durante i giorni, le settimane e i mesi successivi saranno probabilmente molto sfarzosi.”
“Oh?” Ashalind ricordò l’arrivo degli Avlantiani a Faerie, quando ad un certo punto i nuovi arrivati scoprirono che un banchetto era stato preparato sui prati illuminati dalle stelle, sotto ramoscelli coprenti, appesantiti da foglie dentellate. C’erano torte e puddings, crostate e budini alla crema, torte di semi di zafferano, vaporoso pane bianco e soffice burro giallo, lamponi, pere, fragole, fichi zuccherosi, ricotta cremosa, tartufi e bicchieri di cristallo ricolmi di vino scuro. Estasiati dalla musica di violini e arpe, la gente dai capelli biondi di Hythe Mellyn danzava e banchettava nella calda sera. Stando nei prati costellati di fiori le loro preoccupazioni svanirono e prese il loro posto un piacevole senso di benessere.
Catturata dall’estasi del momento Ashalind si era tolta il suo mantello da viaggio e si era preparata per partecipare alla festa. Anche se alla fine non lo fece.
“Non ho mai assaggiato cibo in Faerie”
“Allora c’è una sorpresa in vista per te.” Disse Angavar gravemente. “Porridge e farinata d’avena, forse, se siamo fortunati; forse anche con un paio di rametti di prezzemolo a fianco.”
“Dobbiamo aspettarcene uno o due grappoli?” Chiese Ashalind, soffocando un sorriso.
“Spererei uno.”
“Oh mi stavo dimenticando,” esclamò subito la damigella, “come ho potuto? E’ imperdonabile da parte mia. La mia famiglia e i miei amici! Non li ho ancora visti dal mio ritorno!”
“Difficilmente perdonabile”, rispose lui. “Sei arrivata solo un momento fa. Inoltre -” e la trafisse con uno sguardo eloquente – “Mi hai risparmiato quel momento che mi avrebbe fatto certamente pregare di essere pazzo.” Più spensieratamente aggiunse, “Andiamo da loro adesso!”
Ashalind, tra le braccia di Angavar, scese gioiosamente attraverso una foresta in pendenza con betulle d’argento, e mulinelli di lanugine di cardo stavano volteggiando sopra di loro ricoprendoli, come manciate di confetti lanciati in segno di benvenuto. Nella sua veglia il popolo Faêran si accalcò, cantando con giubilo, mentre una moltitudine di eldritch wights arrivarono anch’essi in folla. Ashalind stava andando a ringraziare i suoi amati per la prima volta da quando li aveva lasciati e aveva oltrepassato il Portale del Bacio di Oblivion, tanto tanto tempo fa secondo il tempo di Erith.
Tre compagni di Erith di Ashalind la riconobbero immediatamente – il segugio Rufus balzò al suo fianco, dimenando la sua coda e girandole attorno contento; i cavalli Peri e Satin soffiarono il loro caldo alito sul collo di Ashalind e si strofinarono in segno di benvenuto. Lei prodigò loro carezze amorevoli prima che essi saltellassero via per godere ancora della dolce libertà della Terra Oltre le Stelle.
Per il genere umano che ella aveva lasciato dietro di sé erano sembrati solo otto giorni, tuttavia per loro erano stati otto giorni di quieta tristezza, seguita da una improvvisa, fragile speranza. Anche se avevano raggiunto Faerie, il desiderio del loro cuore, la famiglia e gli amici di Ashalind non stavano festeggiando e danzando nei prati verdeggianti delle radure della foresta, come avrebbero dovuto fare. L’ansia aveva sopraffatto la loro gioia. Ashalind, che aveva riportato il bambino rapito ed era stata lo strumento della liberazione di Hyte Mellyn dal Langothe, non era tra di loro per condividere i frutti del suo lavoro. La sua mancanza era sentita profondamente.
Angavar era stato portato a Faerie, ancora avvolto nel sonno di Pendur. Dopo che si fu svegliato, i wights e gli uccelli che erano tornati con lui, gli annunciarono che Ashalind era viva, perciò partì per Erith immediatamente. Lasciò Faerie senza dire nulla, ma girava voce che era andato a riprendere la fanciulla. La famiglia di Ashalind attese con impazienza, con il terrore che qualche imprevista circostanza avesse potuto impedire il suo ritorno. Forse i wights e gli uccelli si erano sbagliati, o forse, dopo che essi l’avevano rintracciata, le era accaduta qualche tragedia. Aspettarono, osando appena sperare, senza avere idea di quanto sarebbe stata lunga la ricerca di Angavar, dal momento che il passare del tempo in Faerie non aveva mai la sua corrispondenza a Erith.
Scalzi e vestiti con tessuti leggeri gli Avlantiani erano svogliatamente sdraiati sotto un maestoso porticato di colonne di marmo, su larghe scale che conducevano a laghi di estrema tranquillità. Della gente stava facendo scorrere le dita nell’acqua; altra stava fissando il suo riflesso o i cigni maestosi che si lasciavano trasportare nel lago. Un giovane strappava tristi arie ad un liuto. La luce del sole con una bassa angolazione, ricca come il miele, si frantumava nelle fitte correnti e nei festoni di fiori color pastello che penzolavano dagli alberi in alto, i raggi inclinati che si disegnavano sulle colonne e sulle giganti urne di pietra con screzie delicate come i più leggeri frammenti di foglie dorate.
Fiori disordinati cadevano dai pergolati soprastanti, per posarsi sulla superficie impeccabile e per fluttuare via senza una singola increspatura. Dalla lontana riva delle acque immobili, rupi a più strati salivano in una leggera foschia che indicava gli spruzzi provenienti dalle cascate nascoste. I precipizi scoscesi, velati di lavanda, brillavano come pesche dove la luce li colpiva.
Un uomo anziano e un giovine sedevano incurvati sui gradini al bordo dell’acqua; Leodogran na Pendran, il padre di Ashalind, e Pryderi Penrhyn, il quale aveva amato la figlia di Leodogran a Erith e la amava ancora. Il fratellino di Ashalind, Rhys, aveva trovato una strada per arrivare a un’altalena sospesa ad uno dei ramoscelli fioriti protesi sul lago. Afferrò la fune sopra la sua testa e si appoggiò all’angolo del suo gomito, puntando un piede scalzo verso la sua immagine riflessa, e mantenendo l’altro sul sedile dell’altalena, che traballava dolcemente.
L’inserviente di Leodogran, Oswyn, indugiava sui gradini di pietra tra quella malinconica compagnia, assieme all’erudito mago Razmath, e a Meganwy, la Carlin delle Erbe. Anche alcune delle altre famiglie che avevano lasciato Hythe Mellyn rimasero lì, perse nelle loro riflessioni, sdraiate sul freddo lastricato o sedute con la schiena contro le colonne.
Ma oltre la loro vista, Ashalind e Angavar con il loro stupefacente seguito emersero dalla lanugine di cardo del boschetto di betulle e si fecero strada attraverso la boscaglia di ortensie che erano cresciute dappertutto con le loro composizioni sferiche di fiori blu, indaco e rossi. Camminarono con leggerezza tra arbusti di rose, e sotto le fronde profumate di prugni in fiore, finché raggiunsero la riva del lago. Alle loro spalle le meravigliose moltitudini delle genti Faêran si fermarono, mezzi nascosti dal fogliame, e aspettarono cortesemente.
I mortali che gironzolavano nei dintorni del lago sentirono una voce, e si girarono per vedere coloro che stavano fermi dietro di loro.
Di primo acchito non riconobbero quello che videro, dato che Ashalind era trasformata. Lei conosceva quell’estasi con cui la sua bellezza splendeva più chiaramente che mai così come quella di Angavar feriva gli occhi dei mortali che lo guardavano. Tale fu la loro contentezza. Gli umani della compagnia inchinarono le loro teste e piegarono le ginocchia di fronte al Grande Re di Faerie, ma Ashalind lasciò il fianco di Angavar e avanzò di tre passi verso la gente, sorridendo e aprendo le braccia, e finalmente loro compresero che la donna era colei che avevano aspettato e che mancava loro così dolorosamente, e si alzarono in piedi come se si fossero svegliati da un lungo sonno.
Leodogran all’inizio non riuscì a parlare; poteva soltanto piangere per la felicità. Rhys saltò dalla sua altalena ma qualcosa nell’aria di Faerie lo prese e gli impedì di cadere in acqua. Fluttuò come una bolla finché i suoi piedi toccarono la riva, dopodiché corse da sua sorella che Leodogran stava stringendo tra le braccia, e li abbracciò entrambi, e rise e non riusciva a stare fermo. Razmath e Meganwy la accolsero calorosamente. Oswyn fu sopraffatta dalla vista di Ashalind con il re Faêran e cadde sulle ginocchia, ma Ashalind la fece alzare e la abbracciò. Tutti erano gioiosi, tranne Pryderi.

Dopo il primo istante l’incredulità cambiò in entusiasmo, lui spostò lo sguardo in direzione del compagno di Ashalind e un espressione di disperazione si chiuse sul suo volto. Lui le permise di baciarlo, poi indietreggiò, ciondolando cordialmente e mormorando che voleva che lei fosse felice. “Bene Pryderi” disse Ashalind, “anche io voglio che tu sia felice” ma lui credeva che fosse scritto che non lo sarebbe mai stato.
Il cuore di Ashalind dolse per il giovane uomo ma uno dei Fearan si fece avanti, la signora Rithindel di Brimairgen, la cui grazia era una poesia. I suoi capelli color della notte, legati in una rete d’argento ornata di stelle, le arrivavano alle caviglie. La sua veste era di seta iridescente abbellita con lucenti ali di farfalla. Sorrise, e prese un braccio di Pryderi, dicendo “Fatti coraggio. Lui volse gli occhi angosciati verso la dama di Faerie e quando incontrò il suo sguardo esitò.
Da questa esitazione Ashalind sapeva che tutto sarebbe andato nel verso giusto, perché guardare la gente Faêran significa amarli, e i sentimenti di molte creature mortali potevano eventualmente essere influenzati. Pryderi avrebbe trovato appagamento a Faerie. Ognuno era intento ad ascoltare la storia di Ashalind, sia umani che gente Faêran, così lei sedette tra le colonne e i festoni di fiori color pastello, e raccontò la storia a tutti.
Angavar rimase al suo fianco, poiché temeva che se l’avesse persa di vista sarebbe sparita. Cierndanel il bardo reale stava tra gli astanti, con la sua aspide viva attorcigliata al suo collo; così come Liriel fabbro di gioielli dei Faerie e Giovhnu capo fabbro Faêran. Da vicino o lontano l’intera popolazione di Faerie ascoltò il racconto con i suoi metodi arcani e il racconto durò solo il tempo necessario, e che poteva essere stato un giorno o un anno. Quando finì fu discusso a lungo da tutti, e Leodogran mormorò a sua figlia “Forse tu non hai ancora rivelato tutto, elindor. Potrebbero pensare quale compenso Angavar richiese al farabutto di Edward per il suo atto sleale che per poco non ha messo a repentaglio la nostra immortalità”. Lei rispose, onestamente “ le vie della gente Faêran non sono quelle dell’uomo, padre”. “ Forse”, incalzò Rhys, bramoso di sapere se il tradimento di sua sorella fosse stato punito a sufficienza o meno, ma aveva troppa paura di Angavar per chiederlo direttamente, “la maestosità del re lasciò dietro di se un incantesimo quando volò con te Ashalind, un incantesimo che colpì Edward, o che gli fece saltare il cervello fuori dal cranio!”
“ Penso di no! Thorn - sarebbe a dire Angavar,” aggiunse Ashalind un po’ impacciata, scagliando un occhiata veloce al sovrano di una bellezza che toglie il respiro, che nel frattempo la guardava attentamente disteso a suo agio vicino a lei “promise al padre di Edward, re William, che lo avrebbe protetto. Edward una volta era la sua guardia e il suo custode.”
Cierndanel , che aveva ascoltato casualmente questo dialogo, sfoggiò il suo sorriso più smagliante “Ricordo che la gente Faêran tradizionalmente è avvezza a fare concessioni per follie d’amore”, disse con un tono di voce simile al suono della pioggia sulle foglie. “Noi siamo affezionati agli amanti, e inclini ad essere indulgenti con loro anche quando cadono in errore.”
Allora, inaspettatamente, Angavar parlò. Nell’ascoltare questo profondo e pieno tono di voce Ashalind non potè far altro che trasalire, benché lei lo conoscesse così bene. Il re Faêran disse a suo fratello, “Devi capire Rhys che a differenza di Pryderi, Edward soffrirà tutta la vita una forma di Longothe - una brama per un amore che non conoscerà mai, e questa brama lo ferirà come alcune profonde ferite che non guariscono mai.” I suoi ascoltatori restarono in silenzio finchè l’impatto delle sue parole giunse a bersaglio. “Messo a confronto con questo,” disse Angavar, “qualsiasi colpo che posso aver scagliato può sembrare insignificante, Eppure,” continuò e un sorriso distorse gli angoli della sua bellissima bocca “ la vendetta richiede tempo. Nel giorno in cui vidi l’ultima volta Edward ero più che di fretta.”
Cierndanel rise e altri si unirono a lei. “Oso dire ogni Faêran è potente quanto te, signore” disse con un fil di voce Rhys coraggiosamente,  “non si degnerebbe di percuotere un umano così apertamente diverso da lui, in ogni caso.” E Angavar fu d’accordo che era così.
“Ma cosa accadde alla cara Rosamonde” chiese Ashalind immediatamente “Lei amò Edward tutta la sua vita. Vedrà mai i suoi sentimenti corrisposti?”
“Per quanto riguarda i sentimenti di Edward, ionmhuinn, li cancellerei volentieri dalla mia considerazione”  disse Angavar “ma se voi cercate conoscenza qui troverete qualcuno che soddisferà la vostra curiosità, poiché lei è la signora del sapere celato e sa qualcosa di quello che deve ancora avvenire.”
Dopo aver dato ad Ashalind un bacio veloce, leggero come il tocco di una foglia soffiata dal vento, balzò in piedi e discese a passo svelto la scala finché non fu in acqua. Si sentì come se la vita le fosse stata succhiata via, per il solo fatto di essere separata da lui seppur per breve tempo, ma lui evocò un nome , e il calmo lago finalmente si agitò.
Dal suo centro emerse il lato superiore di una pallida e scavata luna in una lenta ma potentissima spinta, lenzuoli d’acqua si riversarono da essa come l’acqua marina si riversa dai colpi di coda di una balena intenta ad immergersi. Appena emerse si mostrò come una valva vellutata di una conchiglia all’apice di una carrozza; uno splendente calcinato ventaglio posizionato verticalmente. Il suo cardine era legato all’altra metà della conchiglia, che galleggiava come una barca. Una donna era in piedi nella bivalve aperta.

Di certo non era una donna mortale. Nimriel, la Dama del Lago, era avvolta in lunghi, arricciati lembi di clorofite, bordati di menta acquatica dalle foglie filiformi. Dal suo fianco pendeva una spada guainata. I suoi capelli d’ambra -  ondulati come la sabbia increspata dal vento – fluttuavano liberi sotto una ghirlanda di gigli d’acqua. Una cintura incastonata di conchiglie di pervinca blu cingeva la sua vita, mentre serpenti d’acqua di giada si avvolgevano come lucidi bracciali, lungo le sue braccia. In una mano, come un mago terrebbe il suo bastone, impugnava un fusto verde scuro con una grande punta, completata dalla sua lama di freccia.
Apparve un gruppo di fanciulle d’acqua, spingendo a riva la conchiglia, ma, sopraffatta e in un certo senso spaventata, la gente umana sobbalzò e si disperse dalla riva. Quando la conchiglia toccò i gradini, Angavar porse la sua mano alla Dama e lei gliela prese, scendendo con grazia dal suo curioso vascello.
La Dama Nimriel era da temere e stimare, ma Angavar la condusse tra la folla e lei si inginocchiò ai piedi di Ashalind.
“Ti porgo i miei omaggi,” disse gravemente, “Ashalind na Pendran”.
Con imbarazzo Ashalind restituì i saluti, mentre Angavar la rassicurava; “D’ora in poi tutti i miei sudditi si inchineranno davanti a te, Capelli d’oro eudai,” disse. “Ma non esserne sorpresa. È una nostra consuetudine.”
Quando Nimriel si alzò in piedi, Ashalind non poté fare altro che ricordare il loro primo incontro. La Dama sembrava immutata, ma mutevole come lo è il mare. La sua tranquillità era quella di un vasto lago all’alba. Non si poteva dubitare che fosse padrona di tutta la saggezza nascosta nei luoghi più profondi; nelle valli sommerse e nelle lagune stellate; nei laghetti di montagna dove i salmoni nuotano nelle oscure, torbide profondità.
“Dimmi cosa vorresti chiedermi,” disse la Dama, parlando in tono calmo e fievole.
“Prithee, cosa ne è di Rosamond di Roxburgh e Edward D’Armancourt?”
“Si sposeranno,” disse Nimriel. “Lui sarà gentile con lei, Ashalind, poiché il suo legame con lei è secondo solo al suo affetto per te.”
“Siete felice ora?” Mormorò Angavar, attirando Ashalind a sè e stringendola tra le sue braccia. Non ci fu bisogno che lei rispondesse a parole.
Rhys, tuttavia, voleva di più. Si aggrappò al braccio di sua sorella. “Cosa ne è di Sianadh?” chiese, “e Tully, e Caitri, e Viviana e Ethlinn, e Pod?E il buon Guardiano dei cancelli?E il cavallo d’acqua, il nygel?Cosa è successo a loro?”
“Oh!” esclamò Ashalind, sforzandosi di risvegliarsi ancora una volta dalla beatitudine di sogno dell’abbraccio con il suo amante, “Come posso aver tralasciato l’opportunità di poter scoprire il fato dei miei amici più cari?” Con improvvise lacrime di un misto tra paura e speranza disse, “Graziosa Dama Nimriel, ci dirai cosa conosci di essi?”
La dama sorrise. “Essi vivono,” disse, “felici e contenti.”
Nimriel fece un cenno col capo, al quale Rhys la seguì fino ai gradini più bassi alla riva del lago. Ashalind fece altrettanto, ma non finché Angavar le ebbe assicurato che sarebbe andato con lei, poiché ella non poteva sopportare di essere a più di tre passi di distanza da lui. Le fanciulle del lago avevano fato sparire la barca – conchiglia e l’acqua era ritornata alla sua precedente quiete. Non un difetto rovinava la superficie, che era liscia come un tamburo di seta. Ashalind e Nimriel si sedettero, in parte sommerse, così che i loro indumenti galleggiavano attorno alle loro ginocchia come alghe, e a questo punto la Signora del Lago indicò un punto negli abissi. “Guarda!”
Ciò ricordò ad Ahalind di quando guardò nei misteriosi specchi di Morragan, quando lui l’aveva forzata a cercare il Portale del Bacio di Oblivion; ma in questo caso non c’era costrizione. L’acqua riflettente rivelò una serie di scene. Prima, due nobildonne erano sedute ad un tavolo vicino ad una finestra incorniciata da tende di velluto, giocando a carte con due gentiluomini. Erano tutti vestiti con abiti eleganti ed erano tutti raggianti.
“Chi sono queste donne?” Volle sapere Rhys.
“Diamine, sono le mie amiche Viviana e Caitri!” rispose sua sorella, incantata da ciò che aveva visto.
Viviana, appoggiata al tavolo, diede al più anziano dei due gentiluomini un bacio sulla guancia, e Ashalind riconobbe Dain Pennyrigg, che era passato dalla posizione di stalliere a quella di Lord. Una fede nuziale brillava sulla sua mano, così come su quella di Viviana. Quando il giocò finì si avvicinò una bambinaia, con un bambino vivace tra le braccia. Viviana si rizzò in piedi e prese il bambino dalle mani della donna, cullandolo dolcemente. Dain Pennyrigg parlò  in modo scherzoso a sua moglie, che rispose gentilmente, mentre Caitri e il gentiluomo più giovane, ora seduti fianco a fianco, si presero le mani e intrapresero una conversazione, concentrandosi l’uno sull’altra come se fossero le uniche due persone al mondo.
Nimriel mosse l’acqua con le dita. La scena si interruppe, lasciando il posto ad un’altra.
In un vasto prato verde sotto il sole, stava per iniziare una partita di hockey irlandese. Il pubblico, schierato attorno alle linee laterali, era già di pessimo umore; tutti stavano acclamando, gridando, urlando insulti e sventolando bandiere. Ashalind sussultò con piacere quando riconobbe la sorella di Sianadh Ethlinn, con i suoi figli Muirne e Diarmid tra la folla. Li accompagnavano tre giovani uomini, tre giovani donne, una vecchiaccia su una sedia di vimini e una moltitudine di bambini molto piccoli.
“Guarda,” giunse la voce di Nimriel, “c’è Ethlinn con i suoi nipotini, e Muirne con suo marito, e Diarmid con sua moglie.”
“Non avrei mai indovinato che Ehlinn potesse abbandonarsi così completamente alla goia! Chi sono gli altri?”
“La nonna di Kavanagh, che incredibilmente vive da moltissimo tempo. E i suoi due figli, cresciuti, con i loro consorti e i loro bambini.”
“L’intera famiglia di Sianadh!” Ashalind batté le mani con gioia. Fissò entusiasticamente la scena. “Ma dov’è lui, l’Orso?Stà giocando a hockey?Avrei pensato che i tempi dell’hockey fossero passati da un pezzo…”
“Guarda bene!” le consigliò Nimriel. “Lo intravedi nel confine a nord?”
“Sì!Ma cosa stà facendo là?”
“Una squadra proviene dal nord del Finvarna e l’altra dal sud. Ogni parte ha scelto l‘uomo più anziano come mascotte, che restasse alle linee laterali, come tributo ai guerrieri di un tempo.
La squadra del sud ha arruolato il campione di hockey imbattibile di Secernesse come loro talismano, un certo Lusco Barrowclough. La nomina del suo inveterato nemico fu troppo per Sianadh. Posso dirti, la sua barba divenne irta come un pennello di volpe, e la sua ira non conobbe limiti. Convinto che l’onore fosse nella partecipazione – e reso sfacciato da una lunga bevuta con alcuni amici Ertish – domandò, e ottenne, l’equivalente posizione nella squadra del nord. I giocatori approvarono il suo fervore.”
“Oh sì,” disse Ashalind con sentimento. “Sianadh è sempre stato un uomo impaziente di difendere il suo valore.”
“Guarda,” Gridò Rhys entusiasticamente, “la partita comincia!”
Dopo che la palla fu lanciata in alto tra le due squadre iniziò il divertimento, insieme alla acuta musica di cornamuse e le acclamazioni degli spettatori. Stavano lanciando via la palla con stupefacente abilità e vigore, quando la squadra del sud iniziò ad avere il sopravvento. Il fatto che la squadra del suo rivale fossr sul punto di vincere infastidì chiaramente Sianadh più di quanto potesse sopportare. Si gettò spontaneamente nel gioco e iniziò ad aiutare la squadra del nord. Esprimendo la sua collera con quanta voce aveva in corpo, Barroclough raggiunse di corsa l’uomo Ertish, ma Sianadh lo affrontò con rabbia, facendolo rimanere di stucco. Rhys, vedendo ciò, si piegò in due dalle risate.
I due uomini arrivarono ai pugni e la partita fu sospesa mentre si stavano azzuffando. Con i riflessi compromessi dalla gran quantità di alcool nel sangue, essi barcollavano, come due tori letargici. Alla fine caddero testa contro testa, stesi sulla schiena, e rimasero proni, lamentandosi. Gli spettatori esultarono, i rivali furono trascinati fuori dal campo e la partita riprese.
Alla fine la squadra del nord vinse la partita, con grande gioia da parte di Sianadh. Ci fu grande gioia e allegria da entrambe le parti, dal momento che la partita era stata combattuta e nessuna malevolenza era stata compiuta sul campo, a parte quella tra le due mascotte. Sianadh cantò come un gallo nonostante il suo mal di testa, e giurò che avrebbe fatto ricordare per sempre quel giorno a Barrowclough.
Ashalind e Rhys avevano le guance rigate di lacrime per il tanto ridere mentre la scena si stava dissolvendo.
Oghi ban Callanan, ma qui c’è un uomo di buon senso,” ansimò Ashalind. Portandosi le mani attorno alla bocca gridò all’immagine che stava scomparendo, “Non potrai mai cambiare, vecchio filibustiere!”
Improvvisamente seria, Rhys si girò e guardò in alto verso Angavar. “Signore, Sianadh pensa forse che Ashli abbia perso la memoria e sia diventata la moglie di quell’orribile Edward?” gli chiese. “Tutti i suoi amici credono forse alla bugia?”
Angavar rispose, “Non ho mai permesso che le reti dell’incantesimo li toccassero. Li ho lasciati con la verità.”
“Hurrà!” disse Rhys, saltando su e giù e schizzando acqua ovunque.
“Stai fermo, tesoro,” l’avvertì Nimriel “o manderai in frantumi le immagini.”
Il ragazzo obbedì, e quando le onde si placarono apparve un'altra scena.
Sulle sponde di un ruscello che scorreva velocemente c’era un cottage con le mura di pietra ricoperte di caprifoglio e il tetto di paglia con il camino. Il giardino fiorito sfoggiava piante di digitale, viole del pensiero e calendule. Bambini giocavano vicino al cancello d’entrata, fischiando motivetti con gambi di ortica bianca o saltando con corde di erba Ammofila. Sotto il portico sedeva un uomo anziano, incastrando un cesto di vimini. Quando scese il crepuscolo una figura senza volto oltrepassò il cottage su una larga tavola portata da due uomini muscolosi. Era vestito con vecchi abiti e completamente ricoperto da lappole così che non si vedesse nemmeno un pezzo di tessuto. Una maschera levigata copriva il suo viso e aveva in testa un cappello coperto da fiori. Portava due daghe, una per mano. Da queste daghe sventolavano due bandiere, lo Stendardo Reale dell’Elderaigne e quello dell’Impero Jack, e fiori di primavera decoravano i manici. Il paesano mascherato si fermò davanti al cancello per raccogliere monetine, fiori e cibo dai residenti, dopo di che i bambini si unirono alla processione, cantando e strillando.
Ashalind realizzò ciò a cui stava assistendo. “è la Flench Ridings Night ad Appleton, Thorn,” disse con meraviglia. “Gli abitanti sono sulla strada per la locanda.”
“E quella casa,” disse Nimriel, “è la casa degli Arbalisters”
“Gli Arbalister?Ma Tully ci disse che i figli degli Arbalister avevano lasciato la loro casa nel Churrachan ed erano salpati nell’oceano, dove lui non avrebbe potuto seguirli. Disse che il cottage cadde in rovina.”
“I bis-bis-nipoti torneranno a Ishkiliath,” disse Nimriel. “Loro ricostruiranno il cottage. Prendi nota!”
Ora che il cottage era sgombro di esseri umani, si poteva scorgere una piccola figura, che si stava dando da fare lì attorno. Uscì dalla porta principale, portò un secchio di cenere nel giardino e lo svuotò rapidamente attorno alla base del pero. Dopo essere corso dentro alla casa riapparve con uno scopettone e un secchio, riempì il secchio dal pozzo e trotterellò dentro di nuovo. La creatura aveva il viso, il torso e le braccia di un uomo, ma le gambe di una capra. Delle corna spuntavano dalla sua testa pelosa. Era ovvio, a giudicare dal movimento delle sue labbra, che stesse cantando mentre lavorava. 
“Quello è Tully?” Chiese Rhys.
“è proprio lui!” Disse Ashalind, raggiante. “Sembra felice come una pasqua.”
“Felice di fare le faccende domestiche?” le chiese suo fratello con una smorfia.
“è un Urisk. Sono per natura wight servizievoli, come i bruney.”
“Guarda un altro che è felice,” disse la Signora del Lago, tracciando un simbolo sull’acqua.
Essi guardarono. Nella radura di una foresta un piccolo cavallo grigio era dentro uno stagno. Foglie raggrinzite di piante acquatiche come fini nastri verdi si attorcigliavano alla sua criniera lucida e alla sua coda, che si arrotolava alla sua schiena come una mezza ruota. L’acqua avvolgeva le zampe lunghe e scolpite del cavallo non appena esso piegò il suo collo – altezzosamente arcuato – e immerse il muso nello stagno. Dopo aver risollevato la testa di scatto con un gesto violento, la creatura si alzò con un boccone di alghe, che masticò, mostrando un aspetto di profonda soddisfazione sul suo muso allungato.
“Felice Tighnacomaire!” pianse Ashalind. “Caro amico!”
Delle ombre oscurarono il miraggio ricreato dalla Signora. Nel lago cominciarono ad apparire le stelle, una ad una. Lo spettacolo finale mostrò un’altra figura familiare. Era Pod, il giovane servo dal piede equino della torre di Isse. Solo, giaceva sulla schiena in un luogo sperduto, ammirando la luna. O forse non era del tutto solo, perché un gufo bianco stava scendendo in picchiata, silenzioso come uno spettro. Non appena gli osservatori guardarono Pod, egli si girò verso di loro, e Ashalind iniziò a piangere sorpresa. Perché le era sembrato che avesse fatto loro l’occhiolino prima di girare la testa altrove. 
L’immagine scomparve.
“Credo davvero che Pod ci abbia visto.” Disse Ashalind stupita.
Nimriel sorrise.”Non è impossibile,” rispose.
“Mia Signora, le vostre visioni hanno illuminato il mio cuore,” disse Ashalind. “Per questo vi sono profondamente grata.”
Ma Nimriel inchinò la testa, dicendo, “Il piacere è stato mio.”

Dopo che la discussione sulla storia di Ashalind fu conclusa, si tenne una festa di benvenuto, che continuò per giorni. Non appena fu finita Angavar convocò una riunione con i più importanti dei suoi signori e delle sue signore, annunciando che avrebbe fatto di Ashalind la sua regina – cosa che essi supponevano in ogni caso – e se ci fosse un qualche risentimento da parte del popolo Faêran, questo non fu ostentato. Erano così felici che il loro Grande Re Angavar Iolaire era tornato in mezzo a loro e così grati ad Ashalind per la parte che aveva giocato nel riportarlo da loro, che la onorarono come se fosse una di loro e non una nata ad Erith.
Così, di fronte a tutti loro, Ashalind e Angavar si promisero l’una all’altro, e tutto era a posto.
Poi ci sarebbe dovuta essere una festa di fidanzamento, ma Angavar desiderava evitare ogni ulteriore perdita di tempo e arrivare direttamente al matrimonio, e Ashalind era della stessa idea, così i preparativi iniziarono immediatamente. E che preparativi! Sarebbe stata una celebrazione come non si era mai vista ad Aia; un matrimonio che avrebbe potuto celebrarsi solo nella Terra Oltre le Stelle. Gli abitanti di Faerie misero in campo la loro inventiva per far piacere al loro Re e alla sua fidanzata, e la prima fase, la Vestizione della Sposa si svolse come una saga favolosa.
Seguita da Oswyn e Meganwy, Ashalind si tolse i suoi abiti e si immerse in una polla limpida contornata da muschi e felci, dove ninfee arricciate con petali vellutati galleggiavano come mani a coppa. Era un’acqua movimentata, che mancava della grave serenità del lago provvisto di colonnato al quale la gente di Hyte Mellyn si era fermata in meditazione. Una brezza pungente increspava le felci, una serie di cascate argentate si rovesciava nella polla dai terrapieni circostanti, e il cielo scendeva in striscioni blu dal grande arco di un arcobaleno.
Delle sirene dai capelli verdi fecero visita a Ashalind, a tratti cantando misteriosi e deliziosi canti dell’oceano, ad altri in silenzio lasciando spazio al ciangottare degli uccelli con le loro melodie selvagge; merli e gazze, tordi grigi e currawong. Le fanciulle marine sciolsero le trecce dorate di Ashalind con i loro pettini di corallo, e le Gwragged Annwn, le fanciulle del lago, la unsero con unguenti balsamici. Anche silkies dal carattere dolce e altri wight d’acqua la accudirono, ma la figlia di Leodogran non potrebbe avere accanto a lei nessuna creatura malvagia, specialmente nessuno dei fuathan. I fuathan, un eterogeneo assortimento degli unseelie più mostruosi, non erano mai stati gentili con Ashalind. La sua memoria riconquistata includeva vividi ricordi di questi fuathan come l’assassino dalle sembianze di una donna-capra da cui lei e i suoi amici si difesero a Lallillir, che si difendeva con i suoi denti lunghi e appuntiti come pali, ingialliti come una vecchia pergamena, e macchiati di melma verde. Incontri simili, con sollievo di Ashalind, erano felicemente alle sue spalle e non valeva la pena soffermarsi su di essi. Come regina di Angavar, niente avrebbe potuto farle del male nel regno di Faerie; tuttavia non amava che le si ricordassero le paure dei tempi passati.
Quando alla fine uscì dalla polla, con l’acqua che le scorreva sul corpo come corde di seta grezza e perle scivolose, ella sentiva come se tutti i problemi e le pene del passato fossero stati lavati via.
Le fragili damigelle d’acqua chiamate asrai arrivarono nuotando per vestirla con un’improbabile sottoveste fatta di fini membrane di acqua trasparente che scorreva incessantemente; un tessuto raro e iridescente come le ali delle libellule. Le fanciulle del lago vestirono Oswyn e Meganwy con abiti di foglie del verde primaverile coperti con un tessuto raffinato di intelaiature di foglie, incoronandole con ghirlande di edera appena germogliata. Tutte e tre le mortali vennero fatte salire su una barca drappeggiata con ricchi tessuti di seta ripiegati su loro stessi, che scivolavano sull’acqua.
“Ti stai per sposare con un abito trasparente, Ashalind?” Si meravigliò Oswyn. “è questa l’usanza di qui? Dopo tutte le meraviglie che ho visto, niente mi sorprenderebbe.”
Ashalind rise. “Le asrai quando mi hanno vestita mi hanno mormorato, questa è una sottoveste.”
“Come ci si sente,” chiese Meganwy, “ad indossare acqua che scorre?”
“Per niente umidi. Sembra asciutto al tatto, come seta, solo che le dita lo oltrepassano completamente. Vedi?” Ashalind sollevò l’orlo dell’abito e lo mostrò alle sue compagne. “Come può essere maneggiato è un vero miracolo. Questo materiale non assomiglia a niente che abbia mai conosciuto.”
La barca si arenò sulle sponde ricoperte di fiori primaverili. Ragazze cigno aspettavano in questi giardini, con i loro lunghi capelli neri che ricoprivano i loro mantelli di piume macchiate e con un lungo monile rosso che brillava come sangue fresco, sulla fronte di ognuna. Loro amavano Ashalind, considerandola un’eccezione tra i mortali, e gareggiarono l’una con l’altra per intrecciare non-ti-scordar-di-me nei suoi capelli, dandole una sottogonna cucita con petali di magnolia da indossare sopra la sottoveste poco plausibile.
Nuvole di polline si librarono come oro scintillante, e l’aria del giardino fu inondata da una fragranza di giacinti, inebriante come l’oppio. La figlia di Leodogran camminò in mezzo a fanfare di giunchiglie, carillon di mughetti e saluti di giaggioli, con le sue ancelle al suo fianco. Oswyn e Meanwy erano incantate quanto lei per tutti quei procedimenti, e esclamarono ad ogni nuova svolta degli eventi finché, inebriate di meraviglia, esse rimasero senza parole. Ora musiche differenti giunsero alle loro orecchie; le melodie della stessa gente Faêran, suonate con arpe e liuti e altri strumenti a corda. Un piccolo seguito di femmine wight si unì alla loro veglia; persone in miniatura come grig e siofra, tutti che ridacchiavano, e che portavano boccioli di rosa nelle loro mani minute. Ashalind si chiese se essi stessero preparando un bouquet per lei, ma il bouquet, quando dopo arrivò, giunse da un’altra fonte. Vide il suo riflesso nell’acqua calma, e si stupì moltissimo, credendo per un attimo di vedere un’altra persona.
La gente Faêran accompagnò poi le tre mortali attraverso un prato estivo ricoperto di erbe fulve, profumato di fieno appena tagliato. Qui Ashalind ricevette una stupefacente sopragonna di una garza increspata colpita da iridescenze apparentemente forgiata da vere fiamme che bruciavano ma non potevano fare male, così come l’acqua della sottoveste scorreva incessantemente e non bagnava né asciugava. Scintille che non bruciavano si posarono sui suoi capelli, e risuonarono trombe dal suono dolce. Oswyn cercò di acchiappare qualche scintilla ma esse evitavano le sue mani che si agitavano, come insetti diffidenti.
Le misero davanti uno specchio di bronzo raffinato, ma Ashalind faticò a riconoscersi. Piccoli giovani trow si aggregarono al suo seguito di wight, solenni e chiaramente impressionati. Gli uccelli d’Estate, specialmente mangiatori di miele, volteggiavano ovunque. Ashalind spiò un particolare colibrì che le sembrava familiare, e accolse l’idea che il suo amato avesse curato tutto, fino al minimo particolare. Una volta fantasticò di aver intravisto la forma di un grande uccello nero che scendeva in picchiata, o la sua ombra, qualcosa di minaccioso – non un uccello canoro, ne era certa – e, perduta com’era nel suo delirio di felicità, provò un’innocente curiosità di spiare una creatura che sembrava qualcosa di fuori posto. Ora che le venne in mente, ricordò di avere visto lo stesso uccello nel giardino di Primavera, ma non gli aveva dato retta.
In tutto il Regno di Faerie stava salendo il vento. A questo punto Ashalind proseguì assieme alle sue compagne, e quando entrarono in una foresta Autunnale la sua eccitazione crebbe, perché questa sarebbe stata quasi l’ultima tappa prima di raggiungere il posto dove si sarebbe tenuta la cerimonia.
Altezzosi piccoli principi dei siofra, che portavano alla cintura spade della grandezza di stuzzicadenti, correvano tra gli alberi mossi dal vento in sella a topi, mentre re e regine giungevano velocemente dentro a carrozze fatte con zucche vuote trainate da topi bardati graziosamente. Tutti si stavano chiedendo come facessero le ruote di un mezzo di trasporto tanto piccolo a farsi strada nel profondo tappeto di foglie secche. Fagiani frugavano nel sottobosco, assieme a pernici bianche, e pavoni, e altri volatili dagli splendidi piumaggi le cui penne cadute venivano trasportate dal vento. Il seguente ruggito timpanico del tuono si mischiò al pianto del vento, diretto con maestria – forse da Cierndanel, forse da Angavar stesso – a creare un risuonante, emozionante inno; un’espressione di lode nei confronti di tutti quelli che avevano sempre lottato per trionfare sulle avversità.
“Che musica!” Gridò Oswyn con esuberanza, alzando le braccia verso il cielo. Raccogliendo manciate di foglie di colori brillanti come pezzi di carta tinti, le allegre damigelle se le gettarono addosso l’un l’altra come se fossero bambine che stessero facendo una battaglia a palle di neve.
Il vento soffiò tra i capelli di Ashalind, adornandoli di lucciole. La loro luce soffusa era di un azzurro tenue, in contrasto con il forte rosso rubino e topazio delle scintille che non bruciavano, e quando guardò nello specchio che la gente Faêran le misero davanti, immaginò che un migliaio di lampade ornate di pietre preziose rimpicciolite fossero rimaste impigliate nei suoi capelli. Al contrario di ogni aspettativa, non c’era nessuna vistosa accozzaglia di colori, non c’era sfarzo. Gli abitanti di Faerie erano troppo abili per permetterlo. Anche quando il vento della foresta portò un'altra folata profumata di cannella, vestendo Ashalind con un etereo abito fatto di foglie tinte con i colori del tramonto, o dei fantasmi di quelle foglie, non c’era vistosità; dal momento che la natura è il più artistico tra tutti i disegnatori, e i Faêran lavoravano secondo le sue leggi.
Meganwy sussultò e gridò, poi si sfregò gli occhi con le mani. “Per un momento ho pensato di essere diventata cieca e sorda da un battito d’ali,” disse, riacquistando la calma. “Sembrava un massacro di corvi…ma non era nulla.”
“Nulla?” le fece eco Ashalind.
“No. Proprio nulla. Stai tranquilla!”
Lentamente il tuono risuonò a distanza e si affievolì.
Le foglie continuavano a volteggiare nel vento, strappate dagli alberi. Poi la processione nuziale, che stava man mano aumentando di numero, avanzò nella foresta, mentre i rami diventavano sempre più spogli, fino a quando gli alberi rimasero senza foglie, con i rami che formavano in modo tetro disegni eleganti contro le nuvole.
Ali fuligginose si affrettarono attraverso i rami e si allontanarono con battiti lenti. Un grido stridulo superò la musica del vento e i sussurri delle foglie; o forse fu soltanto lo sfregamento di due rami scricchiolanti… Più tardi, Ashalind si chiese se Morragan, il Principe Corvo fosse nei paraggi; e si meravigliò di non aver preso in considerazione quella possibilità prima. Un’idea disturbante prese forma dentro di lei; riguardo a cosa, non poteva saperlo.
Ma la gente Faêran fece salire Ashalind in groppa ad un cavallo Faêran del colore della purezza, le cui briglie brillavano con piccole campanelle come catene di bucaneve congelati. Accompagnata da Oswyn e Meganwy in groppa a due destrieri sauri, ella fu condotta tra pergolati ornati con viti e appesantiti da grappoli d’uva viola. Quando la forza del vento cominciò a diminuire, ventuno fanciulle Faêran si aggiunsero alla cavalcata, vestite con abiti di tessuto smeraldo e in groppa a destrieri grigi. Le loro voci risuonarono forte, combinandosi in fantastiche armonie. Cavalli d’acqua seelie saltellarono ai margini della parata, e campane cristalline rintoccarono gioiosamente.
L’ora del matrimonio si stava avvicinando.

L’inverno è rigido per le creature dal sangue caldo di Erith. Può anche essere triste e sgradevole, quando nuvole di piombo sembrano serrare il cielo, e il ghiaccio si scioglie diventando melma e passeri morti giacciono congelati sotto i fili spinati. Anche nella terra dei mortali, tuttavia, la squisitezza dell’incarnazione dell’Inverno di Faerie può essere talvolta ammirata; un gruppo di maestosi sempreverdi con il fogliame riversato appesantito da schiuma lattiginosa; la luce solare che si posa su scintillanti poliedri congelati; un vetro decorato con una filigrana di felci ghiacciate… La bellezza dell’Inverno era concentrata e aumentata di un migliaio di volte a Faerie.
I cavalli delle tre compagne le lasciarono a terra in un paesaggio ondulato ricoperto di neve. Alle loro spalle si ergevano i neri ricami degli alberi della foresta autunnale. Una luce solare brillante, chiara e diffusa, sembrava provenire dal terreno e dal cielo; da ovunque, piuttosto che da una fonte in particolare. I coni imbiancati degli abeti e dei pini erano sparsi nello scenario, con ogni ago spolverizzato di brina, rigido come un filo d’argento inamidato. I salici zampillavano come fontane gelate, con i loro rami frondosi che si agitavano, delicatamente incisi in nero, avorio e sfumature del crepuscolo. Flauti e flauti di pan suonavano musiche evocative. Quando Ashalind e le sue amiche si misero a piedi scalzi e caldi nei soffici cumuli simili a meringhe, la gente Faêran procedette con gli ultimi indumenti per il matrimonio.
Le decorazioni di Erith echeggiano gli ornamenti Faêran con la stessa entità con cui un ritratto echeggia il suo soggetto vivente. Per la sposa di Angavar non c’erano gioielli di pietra fredda che imitavano lo splendore delle stelle; né lavori d’ago che fossero effimere rappresentazioni della natura. La gente Faêran vestì Ashalind in un abito a pieghe di raso fatto d’acqua e fiocchi di neve, attaccato a uno strascico lungo parecchie iarde. L’intera composizione fu applicata con lacci di anelli di ragnatela – ogni filamento squisitamente coperto di brina. Le gonne erano ornate con indeperbile schiuma di mare e inviolabili fiori di ghiaccio, e ricamate con boccioli di rosa che non sarebbero appassiti. Invece di grani di perle o diamanti, scintillanti costellazioni di cristalli di ghiaccio della grandezza di lacrime ornavano i contorni del corpetto. Sulla sua testa posarono un velo che luccicava, non di garza o tulle, ma un lenzuolo di vera nebbia, translucido, che le arrivava alle caviglie, increspandosi quando si muoveva.
Poi  in cielo uno stormo di allodole e usignoli si accalcarono, portando nel becco dei ramoscelli. Le damigelle Faêran intrecciarono insieme questi rametti, e incoronarono Ashalind con un cerchietto di piccoli oleandri bianchi imperlati di rugiada. Il bouquet nuziale fu portato ad Ashalind da una tormenta di colombe; una moltitudine di perfetti fiori candidi come la neve, legati con dei nastri – boccioli di rosa, velo da sposa e gardenie; gelsomini del Madagascar, gelsomini e fiori di glicine. Farfalle vive volteggiavano dentro e fuori i fiori, i cui steli strisciavano a terra.
Lei vide il suo riflesso in una lastra di ghiaccio; la sua stessa immagine con un alone luminoso, tutta argento e bianco vestale, con un pizzico di oro, e inaspettatamente le venne in mente, finalmente – “Sono la sua sposa!”.
Una nuvola profumata di vaniglia sollevò Ashalind e le sue compagne, e le fece fluttuare nell’aria. Quando i loro piedi toccarono ancora una volta la neve, esse si ritrovarono in mezzo a un grande affollamento di gente Faêran. Come sempre, le loro voci musicali, modulate, sembravano come petali di fiori sull’acqua, risuonando come canti d’uccello nel mattino. Essi parlavano in un linguaggio che ora Ashalind capiva; una lingua elegante come l’argento levigato, ricca come il tesoro dei draghi. Alcuni vestivano scarlatto, oro e ambrato, come lingue di fuoco, altri erano abbigliati di verde e argento come la luce lunare sulle foglie, altri ancora di un grigio delicato come volute di fumo. Altri tra di essi sembravano nudi come aghi, ingentiliti solo dalla bellezza dei loro aspetti avvenenti e dei loro capelli fluenti in cui erano intrecciati gioielli e fiori.
“Sto davvero per diventare la Regina del popolo Faêran!” Sussurrò tra sé e sé Ashalind.
Ma tutto era troppo per essere compreso.
Oswyn e Meganwy sistemarono lo strascico fatto di fiocchi di neve-acqua-raso dell’abito di Ashalind, stendendolo e lisciandolo. Ashalind baciò le sue amiche, bisbigliando, “Sono felice che siate con me!” e in effetti lo era, dal momento che il suo cuore stava battendo al triplo del suo normale battere. Era grata per la devozione con cui le sue due amiche stavano sopportando tutte quelle cose nuove e strane.
La folla di gente Faêran si divise, creando un vasto passaggio di fronte alla sposa di Angavar. Ad uno squillo di trombe, la cui musica era stata composta per l’occasione, ella camminò lungo il passaggio. La lunghezza di questa passerella fu impossibile da calcolare, ma a Faerie tutto era possibile. Poteva essere lunga dodici iarde o dodici miglia o milleduecento miglia per quanto poteva dire Ashalind. Il tempo passò in un batter d’occhio e lei non sentì né fame né freddo; in effetti non era sicura di quello che provava; poteva essere insensibile. I signori e le signore del popolo Faêran le sorrisero da ciascun lato quando lei passò. Tra di essi c’erano wight di ogni foggia e ogni credo; i buoni, i cattivi, i brutti, i dispettosi e gli imbroglioni, gli avvenenti e i bizzarri. Di essi Ashalind era scarsamente consapevole. Circa alla fine della passerella la aspettavano suo padre, e Rhys, e Pryderi, e tutta la gente di Erith, ma il battito d’ali catturò il suo sguardo e lei scorse ancora il profilo frastagliato dell’oscurità; la mezzanotte in forma di corvo. Il germe disturbante si trasformò subito in una paura da togliere il fiato. Ella si convinse ad andare avanti.
L’inverno è una sposa. I suoi paesaggi nevosi, velati di nebbia e luccicanti di gioielli di ghiaccio, sono l’incarnazione della bellezza casta. Il matrimonio di Ashalind era nel cuore dell’Inverno, coperto di neve e sublime, illuminato di splendore, splendente di gocce scheggiate di luce. Ashalind andò avanti senza sforzo, finchè incontrò Angavar, che la stava aspettando. I suoi capelli, di un nero lucido come le ali di un corvo gli cadevano quasi fino alla vita; una nuvola di delicata oscurità, una cascata d’ombra. Era quasi troppo bello da guardare.
A lei sembrò che fossero loro due soli nel cuore dell’Inverno, anche se sapeva che tutto il popolo Faerie stava guardando. Ashalind era così frastornata dalla sua presenza che pensava di essere febbricitante; il suo cuore così colmo era sul punto di esplodere, palpitando dolorosamente, come se stesse martellando per uscirle dal petto, la sua gioia così terribile che lei difficilmente comprese se fosse felicità o tormento. Il pensiero che presto sarebbe diventata sua moglie era quasi troppo da tollerare. Lui le sorrise e lei pensò che potesse sciogliersi nella neve.
Ma un turbine di piume nere imperversò nelle sue orecchie, e lei, terrorizzata che persino ora avrebbe potuto perderlo, alzò il suo viso a quello del suo amato e sussurrò, “Lui è qui, Morragan il Principe Corvo.
“Lo so, caileagh faoileag,” disse dolcemente Angavar, prendendo la sua mano e premendola sul suo cuore. “Non può arrecarci alcun danno.” Fece un segno, e lei guardò verso l’alto e vide il divino uccello nero come il carbone guardarli dall’alto. “Nessuno può separarci,” disse Angavar. “Vi sposerò.” E non appena ebbe sentito queste parole le sue paure finalmente si attenuarono.
Gli anelli furono forgiati di fronte agli ospiti quando la cerimonia iniziò. Un fuoco rosso come un rubino divampò nella neve; di fianco ad esso, un’incudine dove Giovhnu il capo-fabbro Faêran maneggiava martello e tenaglie Rhys na Pendran lavorava diligentemente con il mantice. Mentre Ashalind e Angavar si scambiavano le promesse, Lord Giovhnu fuse preziosi metalli e li versò in una forma, poi raffreddò gli anelli nella neve e vi incise delle particolari formule.
Non era compito di Leodogran dare in sposa sua figlia, dal momento che era lei a darsi, non lui.
Spettava a lui, comunque, un compito del quale era molto felice, cioè quello di portare gli anelli appena forgiati posati sopra un cuscino di seta di mandorla a Lady Nimriel del Lago, che li offrì agli sposi durante la loro unione in matrimonio.
Angavar mise l’anello di Ashalind al suo dito mentre stava recitando le ultime parole delle promesse, poi lei fece altrettanto. Lui chinò la testa e le baciò le labbra fermamente. Stordita dall’euforia, lei era a mala pena cosciente di un rombo stupendo, come un migliaio di uccelli che spiccavano il volo all’unisono da una vasta distesa paludosa. Quando gli amanti si allontanarono, Morragan il principe corvo non era in nessun posto dove potesse essere visto.
E questo è come Ashalind sposò il suo vero amore.
Gusci di conchiglie e trombe d’oro e campanelle d’argento intonarono fanfare esultanti. Grida di giubilo si levarono dall’intero Regno di Faerie, e i festeggiamenti iniziarono. Successivamente poteva esserci solo ebbrezza, e sicuramente avrebbe dovuto essere senza fine, in quanto come avrebbero potuto non portare all’immortalità l’amore e le promesse di uno come il Re Faêran? Una felicità così grande poteva essere difficilmente immaginabile, sia permesso soltanto descriveròa.
Fu scritto negli annali di Erith che quando i Portali di Faerie furono Chiusi per la seconda volta essi non furono mai più riaperti. Alcuni narratori di storie, comunque, aggiunsero un fantastico sviluppo.
E essi avevano ragione.

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Cecilia Dart-Thornton, dice 'grazie' a Sara e Alessandro generosamente per fornire questa traduzione superba.

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IMAGE CREDITS:

Dipinto del titolo: una versione modificata del “My Fair Lady” (La mia dama fatata) di Edmund Blair Leighton e “Thorn e il cavallo” di Elizabeth Alger.

p 9 “Romeo and Juliet” (Romeo e Giulietta) di Sir Frank Dicksee
p 10 “The Garden of Allah” (Il giardino di Allah) di Maxfield Parrish
p 11 “The Prince/Knave (Il principe/Knave) di Maxfield Parrish
p 12 “Once upon a time” (C’era una volta) di Henry Maynell Rheam
p 13 “Sir Galahad” di Sir Frederic Watts
p 15 “Enchantment” (Incantesimo) di Maxfield Parrish
p 16 “Tristan and Isolde” (Tristano e Isotta) di Edmund Blair Leighton
p 19 “Self portrait as a Faun” (Autoritratto di un Fauno) di Johfra Bosschart
p 21 “Hylas and the Nymphs” (Hylas e le ninfe) di John Watherhouse
p 22 “The fairy woods” (Le foreste incantate) di Henry Maynell Rheam
p 23 “Midsummer’s Eve” (Vigilia di mezz’estate) di Edward Robert Huges
p 24 “Queen Guinevere’s Maying” di John Collier
p 25 Titolo sconosciuto di Caspar David Friedrich
p 26 “Once upon a time 2” (C’era una volta 2) di Henry Maynell Rheam
p 28 “Il bacio” di Francesco Hayez